martedì 30 giugno 2015

Land Grabbing, le terre rubate all'Africa

Immaginatevi mentre vi preparate per andare al lavoro: è una mattina come le altre, avete un sacco di impegni per la giornata, scendente in strada e, arrivati alla vostra auto, scoprite che qualcuno l’ha rinchiusa in un recinto di filo spinato e non potete in alcun modo raggiungerla. Oppure, provate a immaginarvi mentre accompagnate i vostri figli al parco vicino casa, siete sereni e i bambini non vedono l’ora di giocare, ma scoprite che nottetempo qualcuno ha scavato un profondo fossato tutto intorno impedendovi di fatto l'accesso.

Cosa fareste. Adesso provate a immaginare se al posto della vostra automobile o del parco preferito da vostro figlio, dietro a quel recinto o a quel fossato ci fosse la terra, la vostra terra. Quella terra che garantisce ogni giorno sostentamento per la vostra famiglia.

Cosa fareste. È la stessa domanda che si sono posti i circa novemila abitanti dei 37 villaggi dell’area nella "Riserva Naturale di Ndiaël" in Senegal quando una mattina, uscendo da casa, hanno scoperto che qualcuno si era impossessato dei loro orti, delle loro fonti d’acqua, dei loro prati dove pascolavano il bestiame, senza alcun preavviso, senza che nessuno avesse mai chiesto loro il permesso.

Si scrive "Land Grabbing" ma si legge "Furto di Terra" quello che sta accadendo in Senegal e in decine di altri Paesi nel Sud del mondo. In sostanza parliamo di acquisizione forzata d’immense porzioni di terreno agricolo dove aziende e governi complici ci guadagnano, a scapito di chi, quelle terre, le vive da sempre.

Nell’area della "Riserva Naturale di Ndiaël" l'azienda Senhuile, l'impresa agro-alimentare senegalese (di proprietà italiana) ha ottenuto dallo stato il controllo di una superficie pari a 20.000 ettari (poco meno dell’intera Provincia di Milano), che rappresenta il 3,8% della superficie agricola coltivabile del Senegal. Decine di migliaia di ettari di terre che tolgono alla popolazione locale, che in maggioranza sono coltivatori e allevatori tradizionali, l'accesso alle terre necessarie a vivere.

"Tutto quello che abbiamo lo dobbiamo a questa terra". Prima dell’arrivo dell’azienda italiana, la popolazione locale non osava nemmeno strappare una foglia agli alberi. Vai a spiegare adesso alle ruspe straniere che sono già passate sopra agli alberi e alle coltivazioni che, per queste persone, la terra è sacra e va rispettata.

La popolazione ha anche provato a ribellarsi. L’opposizione al progetto è stata così dura da lasciare morti e feriti a insanguinare quella terra che volevano difendere. Niente è servito, le ruspe non si sono fermate, insensibili alle numerose proteste.

Accesso alla Terra. Sempre più imprese stanno acquisendo il controllo di grandi estensioni di terreni nei paesi del sud del mondo, in particolare in Africa, per produrre materie prime da destinare al settore dei biocarburanti.

Il Land Grabbing è un vero accaparramento di terre, mira ad acquisire il controllo di enormi estensioni di terreni, sia per una produzione destinata all'export che per investimenti puramente speculativi. Molto spesso le legislazioni nazionali e internazionali in materia di diritto al cibo, di accesso all'acqua e alla terra non vengono rispettate, causando gravi violazioni dei diritti umani e lo spostamento forzato di intere comunità.

L’espressione Land Grabbing indica l’acquisto e l’affitto di appezzamenti agricoli di vaste proporzioni in paesi stranieri, per lo più economicamente arretrati, da parte di governi e di imprese private, un fenomeno in rapido aumento iniziato una quindicina di anni fa, legato soprattutto alla crescita della domanda mondiale di generi alimentari e di biocarburanti.

Fermare la minaccia alla sicurezza alimentare nei paesi del sud del mondo. La mancanza di trasparenza dei negoziati per l’affitto o per il trasferimento di terreni agricoli rende difficilissimo realizzare una valutazione certa, ma si stima che del 78% dei terreni che ha come finalità la produzione agricola, ben il 40% è destinato al settore dei biocarburanti. Secondo le stime della Banca Mondiale, la produzione di biocarburanti sarebbe responsabile dell’aumento dei prezzi alimentari del 75%.

Gli stati poveri di terre coltivabili, come ad esempio l'Arabia Saudita, quelli densamente popolati come il Giappone e quelli emergenti, come la Cina, che devono far fronte al costante incremento della domanda interna di prodotti alimentari, da tempo hanno incominciato ad affittare e a comprare terreni all'estero per coltivarli e soddisfare così il fabbisogno nazionale di cibo. Tra i privati, le richieste provengono invece soprattutto dalle industrie produttrici di biocarburanti che necessitano di immense estensioni di terra per coltivare palme da olio, mais, colza, girasole, canna da zucchero e altre specie vegetali dalle quali ricavano il carburante alternativo ai prodotti petroliferi.

Land Grabbing in Africa. Due terzi dei terreni e delle risorse naturali "accaparrati" in questi ultimi anni, si trovano in Africa e più in particolare nell'Africa Sub Sahariana. La Corea del Sud ha acquisito nella sola Isola del Madagascar 1.300.000 ettari, pari alla metà dei terreni agricoli del paese, che ora sono destinati a colture di mais e olio di palma.

La ragione è che i governi africani cedono i loro terreni a condizioni estremamente allettanti per gli acquirenti, tanto favorevoli da rendere poco rilevanti i notevoli fattori negativi di rischio come la mancanza di infrastrutture, instabilità politica, presenza di movimenti e bande armate, che altrimenti sconsiglierebbero gli investimenti.

Innanzi tutto è il costo di locazione e di vendita a compensare oneri e rischi, peraltro in certi casi davvero elevati. I prezzi dei terreni infatti diminuiscono in funzione della loro lontananza dai terminali marittimi e aeroportuali, delle spese in infrastrutture e in servizi di sicurezza necessarie a consentirne lo sfruttamento. L’affitto di un appezzamento può ammontare anche soltanto a uno o due dollari all'anno per ettaro.

Libertà troppo ampie e scarsi controlli. Molti governi africani, se non tutti, lasciano ampia libertà ai nuovi proprietari per quanto riguarda l'impiego delle terre cedute. Non si interessano realmente dell'uso che intendono farne e non pongono condizioni né attuano controlli affinché vengano rispettate le norme a tutela dell’ambiente, che in verità spesso nei paesi considerati neanche esistono o sono disattese, permettendo che inquinino ed esauriscano suoli e acque se lo ritengono economicamente vantaggioso, a scapito delle comunità locali e del patrimonio naturale nazionale.

I governi africani consentono che gli abitanti delle terre cedute vengano costretti ad andarsene, se necessario con la forza, lasciando abitazioni, campi e pascoli, talvolta senza ricevere risarcimenti e in altri casi ottenendo in cambio inadeguate somme di denaro oppure il reinsediamento in altre aree del paese, spesso però periferiche, prive di servizi e di infrastrutture e meno adatte alla vita umana.

Data la situazione, quindi, si possono considerare fortunati gli africani che vengono assunti come braccianti e operai dalle imprese straniere quando queste non decidono di impiegare invece prevalentemente manodopera del loro paese di origine piuttosto che quella locale.

Tutto questo succede nel continente della fame, che importa generi alimentari a caro prezzo, l’unico in cui denutrizione e malnutrizione continuano ad aumentare, come documentano ogni anno i rapporti della FAO e di altri istituti internazionali di ricerca.



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martedì 23 giugno 2015

Nigeria, lotta senza quartiere all'Islam che uccide

Non ci sarà avvenire per Boko Haram. Viva il Niger
(Scritta apparsa in un villaggio colpito da Boko Haram in Niger)
Task Force regionale. Nonostante il forte impulso dato dall'insediamento del Presidente nigeriano Muhammadu Buhari nella lotta a Boko Haram, gli estremisti islamici hanno colpito negli ultimi giorni anche Ciad e Niger, provocando decine di vittime. I governi di N’Djamena e Niamey hanno giurato vendetta. Ora però tocca alla task force regionale creata ad Abuja compiere l'azione risolutiva.

Attentati quasi quotidiani nel nord-est della Nigeria e le ragazze rapite usate come bombe umane.

Ancora vittime. Boko Haram non dà tregua e, fino ad ora, le iniziative del neo presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, nonostante siano state importanti, non hanno ancora prodotto gli effetti sperati, cioè la capitolazione degli islamisti.

Secondo le statistiche di organizzazioni per i diritti umani, Boko Haram ha provocato circa 15 mila morti e 2 milioni di sfollati da quando ha iniziato la sua attività 6 anni fa.

Una tragedia immane e le ultime, in ordine di tempo, sono avvenute nel fine settimana: 
  • Almeno 38 persone sono state uccise durante i raid dei miliziani del gruppo islamista in due villaggi del Niger meridionale, nella regione di Diffa,
  • 30 uccisi in un mercato affollato di Maiduguri, nel Borno State, dove due ragazze sono "esplose" tra la folla di un mercato.

In Niger gli aggressori hanno occupato Ungumawo e Laminia, villaggi a ridosso del confine con la Nigeria. Segno che, pur non avendo più un vero e proprio controllo su una parte di territorio nigeriano, l’azione di Boko Haram si espande anche negli stati limitrofi.

L’attacco in Niger arriva dopo quello in Ciad di pochi giorni fa. Un doppio attentato kamikaze contro il quartier generale della polizia di N'Djamena che ha provocato 33 morti e oltre 100 feriti. In questo caso non si è fatta attendere la risposta del Ciad che ha compiuto raid aerei contro le postazioni degli islamisti in Nigeria, dando seguito alla promessa del presidente Idris Deby che dopo gli attentati aveva detto "Quest’azione non resterà impunita, gli autori risponderanno dei loro atti". Gli intenti sono più che mai bellicosi.

L’esercito del Ciad, infatti, ha assicurato che continuerà la lotta "senza pietà contro la milizia di Boko Haram in modo che neanche una goccia di sangue ciadiano resti impunita". Sei sono state le basi dei terroristi colpite, con importanti perdite umane e materiali, dai raid dell’aviazione di N'Djamena. Il duplice attentato kamikaze è stato il primo nella capitale del Ciad, impegnato a fianco della Nigeria nell'offensiva regionale contro gli estremisti islamici.

Le autorità nigeriane hanno abbandonato, ormai da tempo, la via diplomatica, anche perché l’interlocutore non accetta mediazioni o compromessi. Ma la Nigeria non può fare da sola. L’ormai ex-presidente, Goodluck Jonathan, che ha detta di molti osservatori ha portato il paese sull'orlo del baratro dal punto di vista economico, aveva promesso, (forse per vincere le elezioni, che poi ha invece perso) di sconfiggere Boko Haram in pochi mesi, senza riuscirci, e le sue forze di sicurezza, in più occasioni, avevano annunciato accordi, aperture di dialogo, sempre smentite da Boko Haram.

Il presidente nigeriano Buhari, il giorno del suo insediamento
Buhari, vincitore, uomo dalla fama di intransigente contro la corruzione e dal pugno di ferro, ha avviato, invece, uno sforzo diplomatico teso alla formazione di una coalizione di stati per mettere in campo una forza militare adeguata ad affrontare il problema di Boko Haram. La formazione della task force ha indubbiamente avuto un impulso, sul piano operativo, da quanto il presidente della Nigeria si è insediato lo scorso 29 maggio.

Buhari, infatti, ha compiuto una serie di viaggi tra i paesi alleati e dopo un vertice nella capitale nigeriana Abuja, è stata creata una Forza multinazionale d’intervento congiunta, la cui sede si troverà a N'Djamena, e conterà 8.700 unità sotto il comando di un alto ufficiale nigeriano. La forza sarà composta da truppe di Nigeria, Niger, Ciad, Camerun e Benin.

Un’ulteriore prova del fatto che il tempo della diplomazia è finito e ora la forza sembra diventata l’unica opzione contro Boko Haram. Ciad, Camerun e Niger, tuttavia, sono già impegnati sul campo a fianco della Nigeria dal mese di gennaio, da quando l’Unione Africana aveva sostenuto la creazione di una forza multinazionale. L’UA ha chiesto, infatti, una "risposta collettiva, efficace e decisiva" anche perché la minaccia di un Califfato Africano, non riguardava solo la Nigeria.

Una forza che è stata in grado nei mesi scorsi di riconquistare gran parte del territorio nelle mani degli islamisti, ma che ha avuto un grande difetto: mancanza di coordinazione. Tutto ciò, con la nuova task force, dovrebbe essere superato.

Che ci sia stato un impulso nuovo, e forse più concreto, nella lotta a Boko Haram si vede anche dal fatto che gli Stati Uniti hanno deciso di stanziare 5 milioni di dollari per aiutare questa coalizione. L’assistente di stato americano per l’Africa, Linda Thomas-Greenfield, ha detto che il suo paese era in trattativa già da tempo con il governo Buhari per capire come si poteva dare maggiore assistenza alla campagna contro gli estremisti islamici, perché "Boko Haram non è solo un problema nigeriano" ma di tutta la regione.

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sabato 20 giugno 2015

Trafficking e la tratta di ragazze nigeriane

In viaggio attraverso il deserto
Ogni anno, circa 5.000 ragazze partono dalla Nigeria, e in particolare dalla regione di Benin City, alla volta dell’Europa, Italia in particolare. Trafficanti di schiave, con l’aiuto di preti woodoo, convincono queste ragazze che nella terra promessa le attende un lavoro.

La conferma in un rapporto delle Nazioni Unite "Almeno 5.000 (cinquemila) ragazze all'anno provenienti in maggior parte dalla Nigeria, arrivano in Europa per poi essere sfruttate sessualmente. Sono sempre più giovani, e almeno il 40% di esse è minorenne" - leggi -

Il viaggio spesso è allucinante. In camion attraverso il deserto, in gommone fino alle coste della Spagna o dell’Italia. Moltissime muoiono di stenti, di sete, o affogate, prima di raggiungere la meta. Altre ancora diventano "schiave sessuali" già in Africa nei paesi di transito, in particolare nel Mali e in Libia.

E quelle che riescono a sbarcare in in Italia, presto scoprono che il lavoro promesso non c’è. Dopo il sequestro dei documenti, vengono spedite sulla strada a prostituirsi, spesso "preventivamente" violentate dai loro stessi aguzzini.

Ma le ragazze che arrivano "via terra" sono solo una minima parte, la mafia nigeriana si è talmente ben organizzata, ha un altissimo potere corruttivo a tutti i livelli, che riesce a far arrivare queste ragazze in Europa soprattutto per via aerea con documenti falsi. Partono da Lagos e arrivano negli aeroporti del nord Europa, privilegiato è l'aeroporto olandese di Amsterdam. Da questi aeroporti poi è semplice far arrivare queste ragazze in Italia (via treno o in macchina).

Intanto, sia in Italia che in Nigeria, qualcuno lotta per liberare le schiave del XXI secolo dai loro padroni, ma soprattutto dall'ingenuità che le rende così vulnerabili. Un traffico alimentato anche (e soprattutto) dai così detti clienti che vanno alla ricerca di sesso a buon mercato. Noi definiamo queste persone "stupratori" a pagamento.

Trafficking. Cos'è il trafficking a scopo di sfruttamento sessuale. Chi sono le vittime nigeriane di trafficking? Si definisce "trafficking in persons" un fenomeno camaleontico, per via della straordinaria capacità delle organizzazioni dedite a questa attività, di adattamento alle condizioni materiali e normative dei contesti, sia di partenza che di approdo.

Il "trafficking" delle ragazze nigeriane è analizzato a partire dalle caratteristiche delle migrazioni femminili. Si scopre così, che quelle degli anni ottanta, che sono definite "pioniere della segregazione e dell’invisibilità", originano da un fenomeno peculiare che deriva dalla crescita economica che si è avuta dagli anni '60. In Italia la prostituzione di strada negli anni '70 e '80 era calata. Ma, all'inizio degli anni '90 riprende perché inizia la prostituzione da immigrazione, un fenomeno che nei decenni precedenti non era presente.

Segregazione e (tentativi politico-sociali di) invisibilità resteranno le caratteristiche principali anche delle nigeriane coinvolte nel trafficking. Paradossalmente, sono perfettamente visibili perché sono sulle strade, scatenano sentimenti di ripulsa nelle popolazioni locali infastidite dalla loro presenza, che sfociano sia in episodi di razzismo e di violenza fisica.

Violenza che si manifesta attraverso gli stupri e le percosse che non di rado portano fino alla morte. Sono visibili perché al centro di polemiche sulla regolamentazione del fenomeno prostitutivo che, in maniera schizofrenica vede soluzioni nelle multe ai clienti, o soluzioni definitive come lo zoning, ovvero la creazione di luoghi ad hoc dove potersi prostituire, lontano dagli sguardi della gente per bene.

Politiche di chiusura che troneggiano sulle retoriche per cui l'immigrato è uguale a clandestino, sull'ibrido posizionale tra l’abolizionismo e il regolamentismo della prostituzione, che si esprimono in relazione ai margini di consenso elettorale che garantiscono nel breve periodo. Fattori che ad oggi, non consentono di poter affermare che ci sia un’organica integrazione nel dialogo tra istituzioni diverse e politiche di sostegno, repressione e controllo.

Segregazione. Le ragazze vivono sotto lo stretto controllo delle mamam, le sponsor del viaggio, donne che a loro volta, sono state sfruttate, e che una volta pagato il debito alla loro sponsor, hanno deciso di diventare loro stesse le sfruttatrici. Le mamam, sono gli ultimi nodi di una rete criminale che ha i suoi gangli ideatori in Nigeria ed appoggi logistici e amministrativi in Europa.

Sotto la parvenza di una certa libertà di movimento (le ragazze si muovono continuamente per raggiungere i luoghi di prostituzione, per fare acquisti, o per partecipare alle funzioni religiose domenicali), sono costrette in una sorta di limbo borderland, dove, non possono decidere neppure di andare a far spesa al supermercato italiano, ma solo in quelli etnici indicati dalle "mamam".

Sono ragazze che inizialmente non conoscono la lingua italiana, non conoscono bene la città, vengono spostate abbastanza spesso passando da un gruppo mafioso ad un altro, da una mamam all'altra.

Benin City, la fabbrica italiana delle prostitute di colore. "C’è un pezzo d’Africa dove le ragazze non parlano italiano ma sanno dire perfettamente quanto mi dai? .. Benvenuti a Benin City, la fabbrica italiana di prostitute all'equatore. Interi quartieri hanno cambiato aspetto da quando si vende all'Italia il petrolio della cittadina, ovvero le giovani ragazze. Ed è così che i giornali locali chiamano la rotta delle schiave, pipeline, oleodotto".

"Vie Libere" e il suo fallimento. Subito dopo l'entrata in vigore della Bossi-Fini, legge 189/2002 ovvero la legge che regolamenta in Italia i flussi migratori, il Viminale dell'allora ministro dell'interno Maroni avviò la campagna "Vie Libere", almeno due volte al mese voli charter riportavano in Nigeria le ragazze sfruttate sulle strade italiane.

Era la strategia delle retate, ovvero andarle a prendere sui luoghi della prostituzione. Ma ciò non ostacolò, bensì alimentò il business dei trafficanti che si ritrovarono nella condizione di poter far pagare ripetutamente il viaggio per il passaggio della medesima merce (la ragazza).

Tutto questo fu possibile a seguito degli accordi bilaterali, Italia - Nigeria del 2002, le nigeriane vengono rispedite a casa con aerei appositamente noleggiati, in cui viaggiano scortate dai poliziotti con un rapporto di 1 a 1 ovvero una ragazza un poliziotto, come fossero criminali che hanno commesso chissà quale reato.

Una volta in Nigeria queste ragazze rimpatriate venivano ammassate in una sorta di centro di detenzione temporanea che si trova ancora a Lagos, finché non venivano reclamate dalle famiglie (e non sempre le famiglie le reclamavano).

Il rimpatrio "forzoso" per le ragazze non ha il significato di libertà. Solo poche rimangono in Nigeria, rientrano nelle famiglie di origine o vengono ospitate presso parenti o amici, molte si suicidano, altre ricontattano gli Italos (ovvero i trafficanti) e tornano in Italia con un debito raddoppiato, il che ha conseguenze sull'aumento del rischio e diminuzione della protezione. E così la ragazza sempre più indebitata, sempre più fragile è più propensa ad accettare le richieste di sesso non protetto che arriva dai clienti italiani.

Quella delle retate fu una strategia che ebbe vita breve, fu un vero e proprio fallimento. Veniva colpito solo l'anello più debole, ovvero le ragazze, mentre i trafficanti e le mamam non venivano quasi toccati perché in possesso di regolari permessi di soggiorno e sopratutto perché anche nei casi in cui veniva avvita un'indagine per sfruttamento o per riduzione in schiavitù, quasi sempre riuscivano a sfuggire al carcere (avvocati ben pagati, decorrenza dei termini, lungaggini della giustizia italiana, ecc..)

Dal 2002, ovvero dall'entrata in vigore della Bossi-Fini, il numero delle ragazze nigeriane in Italia è più che triplicato. La strategia "Vie Libere" non ha portato a risultati, la strategia delle retate a tappeto non ha fatto aumentare le denunce, anzi, ha messo ancora più paura alle ragazze che quasi mai hanno denunciato le loro mamam o i loro sfruttatori.

Una legge, la Bossi-Fini, che mette tutti gli immigrati sullo stesso piano, senza distinguere le vittime della tratta dai migranti "volontari". Una lacuna imperdonabile che pesa anche oggi quando, nelle poche volte che queste ragazze trovano il coraggio per chiedere aiuto alle associazioni di volontariato, hanno mille difficoltà ad ottenere il permesso di soggiorno per "protezione sociale" (art. 18).

Ragazze schiave. Altri motivi che rendono "schiave" e incapaci di reazioni queste ragazze nigeriane sono la loro giovane età e la scarsa esperienza di vivere in un paese occidentale, l'ignoranza perché in Nigeria la scuola si paga e le famiglie alle ragazze preferiscono i ragazzi. Il woodoo, rito animista a cui le ragazze vengono sottoposte prima della partenza dalla Nigeria (promessa di pagare il debito) e che fa leva appunto sull'ignoranza, e le minacce, ai familiari rimasti in Nigeria e a loro stesse.

Un continuo stato di prostrazione "psicologica" che spesso si manifesta anche dopo molti anni e quando le ragazze sembrano essersi integrate nel tessuto sociale in cui si trovano, e i suicidi (specialmente tra le ragazze rimpatriate) sono frequenti.

Non solo sesso in strada, ma ragazze sfruttate anche per:
  • riprese di video hard da sfruttare in rete,
  • uteri in affitto, fai un figlio per me e per mia moglie che ti paghiamo,
  • ti pago di più se mi permetti di filmare il nostro rapporto sessuale,
  • ti sposo (prostituzione per matrimonio), tu avrai il permesso di soggiorno, ma tu sarai per sempre la mia schiava sessuale.
  • Jihad sessuale. Dopo il rapimento delle ragazze di Chibok, molte ragazze nigeriane in Italia sono scomparse, forse "vendute" all'estero.
  • ti "affitto" una ragazza per sesso di gruppo in una serata di perversione.
  • ti compro dalla mafia nigeriana per sfruttarti sessualmente nel mio locale notturno, discoteca o bar di periferia.
  • ti obbligo a ricevere clienti nel mio albergo a ore.

I tempi della schiavitù si allungano .. Quindi non più solo la strada per le nostre povere "Ragazze di Benin City" ma altre forme di sfruttamento, ancora più subdole e meschine. La "strada", in tempo di crisi non rende più come prima. Anche giorni interi senza nemmeno un "cliente" e questo non va bene, senza soldi vengono picchiate dalla mamam - leggi -

Le morti violente di ragazze nigeriane in Italia assurgono all'onore della stampa solo raramente e molto spesso vengono relegate esclusivamente come fatti di cronaca locale, ma comunque ci sono e servono a sensibilizzare l'opinione pubblica italiana su questo fenomeno ai più ancora non conosciuto. Si calcola che in Italia negli ultimi due anni circa 200 (duecento) ragazze nigeriane siano "scomparse", uccise o semplicemente sparite nel nulla. Ragazze uccise da clienti violenti o uccise dai loro stessi sfruttatori, magari solo per dare l'esempio ad altre ragazze.

La Caritas Italiana ha confermato che attualmente in Italia ci sarebbero circa 70.000 ragazze "trafficate per scopi sessuali", la maggior parte di esse, il 35% è di nazionalità nigeriana, ben rappresentate anche le rumene, le albanesi, altri paesi dell'ex-repubbliche sovietiche, le cinesi e le colombiane.

Trafficking, non solo le ragazze nigeriane .. La tratta di esseri umani è una delle peggiori schiavitù del XXI secolo. E riguarda il mondo intero. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) e l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODOC) circa 21 milioni di persone, spesso povere e vulnerabili, sono vittime di tratta a scopo di sfruttamento:
  • sessuale,
  • lavoro forzato,
  • espianto di organi,
  • accattonaggio forzato,
  • servitù domestica,
  • matrimonio forzato,
  • adozione illegale,
  • o altre forme di sfruttamento.

Ogni anno, circa 2,5 milioni di persone sono vittime di traffico di esseri umani e riduzione in schiavitù. Il 60 per cento sono donne e minori e quasi sempre subiscono abusi e violenze inaudite.

La tratta di esseri umani è una delle attività illegali più lucrative al mondo, rende complessivamente 32 miliardi di dollari l’anno ed è il terzo "business" più redditizio, dopo il traffico di droga e di armi.

Leggi anche
Trafficking delle nigeriane e interventi del terzo settore
Tesi di laurea di Giuseppina Frate


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mercoledì 17 giugno 2015

Immigrazione .. e l'ipocrisia dell'Europa

Immigrati a Ventimiglia
Di certo l'Europa non sta facendo una bella figura, da un lato sta "massacrando" la Grecia per i sui debiti "non pagati" che a ben guardare non sono altro che gli stessi di una regione media italiana (ovvero quasi nulla), e dall'altro chiude le frontiere all'Italia sul problema immigrazione, lasciando l'Italia sola a risolvere il dramma di decine di migliaia di persone che fuggono da guerre, conflitti e violenze.

E poi c'è l'Italia, con la sua fragilità, che per una semplice ragione geografica si vede arrivare via mare, ma anche via terra (dalla frontiera nord-est) questa povera gente in fuga.

E poi ci sono gli egoismi e il razzismo di chi fomenta l'odio verso il diverso per un semplice calcolo politico. E coloro che fomentano questo odio sono gli stessi, Lega-Nord, Forza Italia e destre xenofobe che hanno approvato la Bossi-Fini, proprio quella legge che oggi regola l'immigrazione in Italia, e che noi abbiamo sempre considerato una legge "razzista e inadeguata".

Qui però è necessario valutare l'emergenza nel presente, e cercare di dare una soluzione rapida ed efficace a questa emergenza umanitaria. E l'Italia deve alzare la voce, come governo in Europa, e poi per prendere delle decisioni nel rispetto di tutti, sia degli immigrati che dei cittadini italiani. Insomma è necessario che questo flusso sia "gestito" e non "subìto".

I numeri parlano di ingressi che sono simili a quelli dello scorso anno, fin'ora meno di 60.000 ingressi dall'inizio di quest'anno, e quindi chi parla di "invasione" lo fa in mala-fede.

E poi ci sono anche loro, gli immigrati. Possiamo capire che per loro l'Italia sia solo una tappa di transito e che la loro meta finale sia l'Europa del nord, ma è bene che tutti i migranti sappiano che una volta in Italia, devono rispettare le leggi e per prima cosa devono (e dico devono) farsi identificare. Impensabile per uno stato sovrano come l'Italia che non riesca ad identificare chi arriva nel suo territorio.

Oggi a Ventimiglia, al di là delle colpe della Francia, ci sono migranti che fuggono e protestano sugli scogli proprio per non farsi identificare.

Ecco quello che pensiamo:
Il Regolamento di Dublino è "sbagliato" e va modificato. Chi arriva in Europa, qualunque sia il paese di primo ingresso, deve avere la possibilità di chiedere asilo in qualsiasi altro paese dell'Unione Europea.

La nostra idea era quella di costruire campi profughi nei paesi di partenza o di transito dei profughi fuori dall'Italia, ma a quanto pare ci sono troppi problemi a livello internazionale, ONU in primis, costruire campi profughi in Libia è impensabile vista la situazione di conflitto.

Vista la riluttanza europea, allora l'Italia deve avere il coraggio di prendere decisioni autonome, anche a costo di mettersi contro quell'Europa ipocrita che sembra non aver capito nulla del problema.

Costruire "campi profughi" in Italia, sulle coste o sulle isole, una soluzione a nostro avviso indispensabile. Luoghi di accoglienza per il tempo necessario all'identificazione (30-40 giorni al massimo), ma dai quali nel frattempo gli immigrati non possono fuggire, dovranno essere aree sorvegliate magari dall'esercito.

  • Lascia il campo chi ottiene un documento per circolare in Europa,
  • Lascia il campo chi ha il diritto di ottenere asilo o protezione internazionale,
  • Lascia il campo chi deve essere rimpatriato immediatamente,
  • Lascia il campo solo chi si è fatto identificare e non è un delinquente (o magari un terrorista ricercato).
  • Basta vedere immigrati accampati in giro per stazioni.
  • Basta tendopoli di immigrati nei parchi delle città.
  • Basta immigrati abbandonati al loro destino che dormono sotto i ponti o in luoghi pubblici.
In fondo l'Italia è ancora un paese civile, e non le farebbe onore abbandonare i migranti al proprio destino.

Chi ha diritto alla protezione internazionale deve poter ottenere un documento provvisorio con cui potrà circolare liberamente in Europa, tutti gli altri dovranno essere rimpatriati. Chi si rifiuta di farsi identificare deve essere subito rimpatriato o messo in carcere (è reato rifiutare di dare indicazioni sulla propria identità personale, art. 651 C.P.).

È necessario rivoluzionare tutto il sistema dell'accoglienza in Italia, iniziando dalla chiusura dei CIE, basta con chi specula sull'immigrazione, le domande di asilo e di protezione sociale non devono prolungarsi oltre i due mesi, non è possibile che per l'esito di una domanda di protezione internazionale debba trascorrere mediamente un anno, a volte anche 18 mesi.

Non è più possibile che accada quello che è successo lo scorso anno 170 mila arrivi e solo 66 mila identificati leggi - Non deve accadere più che 104 mila persone possano "sparire" nel nulla.
  • Rispetto per l'immigrato che deve essere accolto.
  • Rispetto per chi accoglie, l'immigrato deve per prima cosa farsi identificare e rispettare le leggi italiane.
  • Farsi rispettare in Europa, e NON solo elemosinare qualche concessione per poi sentirsi dire comunque NO.
  • Soluzioni semplici, dignitose per tutti, e soprattutto possibili e immediatamente attuabili.
E poi l'Italia deve per prima cosa rispettare se stessa e non lasciarsi governare dagli isterismi, dai razzismi e dalle ipocrisie europee .. e magari ne riparleremo alla prossima tragedia.



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martedì 9 giugno 2015

Rapporto alimentazione 2015. Africa ancora affamata

Pubblicato il rapporto sulla "Situazione dell'insicurezza alimentare nel mondo", redatto dalle tre agenzie dell'ONU che si occupano di alimentazione e agricoltura. 795 milioni le persone che soffrono ancora la fame, ma il dato è in calo rispetto al 2014. Nell'Africa sub-sahariana un quarto della popolazione è in queste condizioni.

Lontani gli Obiettivi del Millennio che proprio al primo punto hanno come tema la povertà e la fame "Sradicare la povertà estrema e la fame"
  • Dimezzare la percentuale di persone il cui reddito è inferiore ad un dollaro al giorno.
  • Raggiungere un'occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti, inclusi donne e giovani.
  • Dimezzare la percentuale di persone che soffre la fame.
Lo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2015, disegna ancora una volta un quadro di luci ed ombre sulla fame, mettendo in evidenza non solo la persistenza del problema ma anche la sua diseguale diffusione.

Preparato dai tre organismi ONU che si occupano di agricoltura e alimentazione, FAO, Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo) e PAM (Programma alimentare mondiale), il Rapporto quest’anno è stato anticipato in coincidenza con i temi dell’Expo di Milano e con la conclusione del periodo di osservazione degli Obiettivi del Millennio.

Sono 795 milioni le persone che soffrono ancora la fame (erano 805 milioni nel 2014), con una diminuzione di 167 milioni nell'ultimo decennio. Su 129 paesi in via di sviluppo monitorati, poco più della metà, 72 paesi, hanno raggiunto dal 2000 ad oggi l’obbiettivo di ridurre della metà il numero delle persone che soffrono la fame. Del resto dei 795 milioni, 780 vivono nei paesi in via di sviluppo. Una persona su 9 è ancora colpita dalla fame, malgrado la sua incidenza sia globalmente diminuita.

Africa. Se alcuni paesi o regioni, come l’India, la Cina, l’America latina, hanno fatto progressi considerevoli, altri invece come quelli dell’Africa sub-sahariana restano ancora lontani dagli Obiettivi del Millennio dove un quarto della popolazione (23,2%) soffre infatti la fame. La regione più colpita è l’Africa orientale con 124 milioni.

Nel suo complesso, in Africa il numero delle persone che soffrono la fame è in lento ma continuo aumento, 233 milioni oggi, contro i 182 milioni all'inizio degli anni ’90. Tenuto però conto della dinamica demografica, la percentuale delle persone colpite è in diminuzione.

Al suo interno peraltro sussistono differenze regionali, che dipendono da fattori come l’instabilità politica, la guerra e le catastrofi naturali che provocano a loro volta una crescita economica insufficiente ed aumentano la povertà, che rimane la prima causa della fame, l’impossibilità, cioè, di procurarsi i mezzi per alimentarsi a sufficienza.

Fenomeno del Land Grabbing
Il Rapporto esamina anche l’incidenza dei rapporti commerciali internazionali e della tendenza a liberalizzare gli scambi, giungendo (timidamente) alla conclusione che in alcuni casi possono incidere negativamente sull'attività dei piccoli produttori e sullo stato dell’alimentazione della popolazione. Da un obiettivo mancato ad un altro. Sembra per il momento la risposta più pragmatica degli organismi internazionali.

Archiviati gli Obiettivi del Millennio ci si appresta a varare un Programma per lo sviluppo durevole per il dopo 2015, passando per il partenariato per la fine della fame in Africa nel 2025, o l’iniziativa Fame zero nell'Africa occidentale, la regione africana dove i progressi sono stati più rapidi, e dove anche il numero complessivo delle persone colpite dalla fame è diminuito nell'ultimo quarto di secolo.

Il Rapporto 2015 pur elencando alcune scelte possibili, riconosce di non avere soluzioni miracolose e riflette così la presa di coscienza delle difficoltà di detti organismi, ONU in testa, a tradurre le proprie politiche in realtà.

Situazione dell'insicurezza alimentare nel mondo



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