martedì 21 aprile 2015

Samia, la mia dolce guerriera

Ci sono storie, storie di persone che ti restano addosso, le conosci e non le dimentichi più. Samia è stata la dolce guerriera, fragile ragazza in un mondo ostile, donna forte in un mondo maschilista, ma anche fragile fuscello in un mondo impietoso.

La storia di Samia, una ragazza che vive in un mondo di terrore ma che non ha paura, che corre veloce come il vento per raggiungere un sogno. La storia della giovane atleta somala che ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 e poi scomparsa nel Mediterraneo per raggiungere un sogno.

"Noi sappiamo che siamo diverse dalle altre atlete. Ma non vogliamo dimostrarlo. Facciamo del nostro meglio per sembrare come loro. Sappiamo di essere ben lontane da quelle che gareggiano qui, lo capiamo benissimo. Ma più di ogni altra cosa vorremmo dimostrare la nostra dignità e quella del nostro paese"



Samia Yusuf Omar arrivò a Pechino da Mogadiscio per partecipare alle Olimpiadi del 2008 a soli 17 anni. Nel 2012 muore tragicamente durante un viaggio verso Lampedusa, cercando di arrivare in Italia. Era il 2 aprile di quell'anno. Oggi è l’ennesima anima che viaggia senza aver realizzato il suo sogno.

Non si fece notare per il suo talento atletico, infatti segnò l’ultimo tempo di tutte le batterie, impiegando 32 secondi e 16 primi durante la gara di velocità dei 200 m. piani. Nonostante ciò, fu una delle ragazze più applaudite. Non era un’atleta professionista, ma la sua determinazione la porta a cercare di realizzare il suo sogno, arrivare in Europa e trovare un allenatore per poi partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012.

Fin da giovanissima, dopo la morte del padre, dovette occuparsi dei suoi cinque fratelli, dal momento che sua madre fu obbligata a trovarsi un lavoro. Samia iniziò ad appassionarsi all'atletica e alla corsa proprio in quel periodo, ma purtroppo viveva in un paese che non offriva aiuto e sostegno ai giovani atleti. I luoghi dove allenarsi erano infatti distrutti dalla guerra. Così iniziò a correre per la strada. Ma questo fatto non era ben visto dalla società in cui viveva.

"Tradizionalmente i somali considerano rovinate le ragazze che praticano sport, musica, che indossano abiti trasparenti o pantaloncini. Quindi sono stata messa sotto pressione". Era il maggio 2008 quando Samia riesce ad aggiudicarsi un posto nella squadra di atletica somala alle Olimpiadi cinesi.

"Non mi importa se vinco. Ma sono felice di rappresentare il mio paese in questo grande evento". Terminate le Olimpiadi tornò a casa. Nessuno sembrava essersi accorto di lei. I media somali non toccarono nemmeno la notizia. Magari fosse passata così inosservata perché il gruppo islamista al-Shabaab la minacciò nuovamente, come già aveva fatto in passato. La fecero vergognare di essere un’atleta e lei tornò a "nascondersi".

Solo nel luglio 2010 trovò un po’ di libertà nel trasferirsi in Etiopia, per cercare un allenatore; dall'Etiopia riuscì misteriosamente ad arrivare in Libia. Da li, il suo sogno, il suo pensiero fisso, era arrivare in Europa dove avrebbe potuto trovare qualcuno che l’avrebbe aiutata nel suo progetto. E ce la stava quasi per fare.

Il 2 aprile del 2012 riuscì a salire su un barcone di migranti. Il barcone naufragò e lei annegò a largo di Lampedusa. "Mi sarebbe piaciuto essere applaudita per aver vinto, e non perché avevo bisogno di incoraggiamento. Farò del mio meglio per non essere ultima, la prossima volta".

La prossima volta non c’è stata. Ma, Samia, sono sicura che adesso tu stia correndo così veloce tanto da sentirti libera anche dal desiderare di avere un allenatore che ti aiuti.

La Storia di Samia

Siamo al mare, in mezzo al mare, il mare di Sicilia al largo di Lampedusa, bellissimo mare ma che quando è grosso fa paura. Al largo in aprile, il mare è ancora quello dell'inverno, è mosso e molto freddo, onde come bocche di squali che sembrano mangiarti.

Schiuma bianca e fondo nero, ma lei è coraggiosa e non vuole avere paura. Sta a cavallo del parapetto della barca. Mariam, la sua compagna di viaggio, l'ha afferrata per la maglietta per tirarla dentro, ma Samia resiste, una gamba dentro e una fuori, e i suoi occhi che guardano quel mare che sembra non finire mai.


Il 2 aprile 2012, prime ore del mattino, intorno alle sei e un piccolo peschereccio che ha rotto il motore, partito due giorni prima dalla Libia. Trecento persone su un barcone in avaria, in balia delle onde, trecento anime che non arriveranno mai in Italia, tutte scomparse in quel mare bellissimo ma impietoso, e Samia era tra loro. Un sogno affondato in quel mare.

La storia di Samia è stata raccontata in un libro "Non dirmi che hai paura" e in una trasmissione di Rai3 "La Tredicesima ora" andata in onda nel 2014



Articolo scritto e curato da


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