martedì 1 aprile 2014

Rapporto UNAR 2013 sulle discriminazioni razziali in Italia

Nel 2013 l'UNAR (Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali), del Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha raccolto 959 segnalazioni per discriminazione etnica, l'80% sono state ritenute effettivamente atti discriminatori, in molti casi veri e propri reati ai sensi della Legge Mancino, il 4% è ancora in fase di discussione, mentre le altre sono state archiviate.

Nel 26,5% dei casi, ed è questo il dato interessante, a denunciare sono stati cittadini italiani. In particolare sono giovani figli di stranieri, ma nati o cresciuti in Italia e a cui è stata riconosciuta la cittadinanza italiana, che si sono trovati a subire la stupidità di comportamenti spesso aggressivi tanto da sfociare nella violenza aggravata.

Questa percentuale rivela come come una parte consistente della società fatichi ad accettare il fatto che l'Italia sia ormai già un Paese multiculturale e che la cittadinanza non corrisponda in automatico a tradizionali tratti somatici o alla pelle bianca. E attesta anche la consapevolezza e la determinazione delle cosi dette seconde generazioni, pronte a far valere i propri diritti nelle sedi opportune.

Si tratta quindi di una componente più preparata ad affrontare il razzismo latente e meno disposta a subire. Persone che hanno gli strumenti non solo linguistici ma anche l'accesso ai supporti informatici per inoltrare le segnalazioni, che si rivolgono al numero verde messo a disposizione dell'UNAR e che non temono forme di ricatto connesse ad una presenza precaria legata al permesso di soggiorno.

Non a caso il 34% delle segnalazioni giunge via web, il 33,6% grazie ai media, e il 19,9% mediante chiamata telefonica. A denunciare è, in genere, chi subisce la discriminazione (84,7% di cui il 24,7% attuali con l'aggravante delle molestie) ma, a volte a denunciare è anche chi le vede e non ci sta. Ecco infatti che ben il 9,9% delle segnalazioni dell'anno passato ha riguardato una sola persona, il ministro (ora ex) più insultato al mondo, Cécile Kyenge. Ma il rapporto non spiega (ed è comprensibile) se la disponibilità ad esporsi provenga soprattutto da persone che possono essere scambiate per stranieri o se sta aumentando una coscienza civica diffusa.

Altro dato utile, dopo gli italiani, a denunciare sono soprattutto cittadini marocchini e rumeni. Si tratta delle comunità più numerose.

Le discriminazioni in Italia
Utilizzando sempre come parametro i dati UNAR, emerge un'altra curiosa informazione. Nella casistica delle segnalazioni per comportamenti discriminatori ai primi posti compaiono, ovviamente, Roma con 156 casi denunciati e Milano con 65. Era scontato, si tratta delle grandi metropoli in ci la presenza di cittadini stranieri è quantitativamente rilevante e con elementi di tensione sociali spesso forti.

Ma al terzo posto, con 54 segnalazioni, compare una città piccola come Rovigo, e questo accade per due ragioni:
  • Da una parte il Nord-Est integra molto con il lavoro e questo fa si che la presenza di cittadini di origine straniera abbia una percentuale molto alta. Il risultato, che vale anche per il resto del Nord-Est (4 capoluoghi tra i primi 10 segnalati) è che a fronte di episodi di discriminazione a sfondo etnico o religioso c'è anche lì una reazione più pronta e consapevole.
  • Dall'altra nelle piccole città si creano più facilmente le condizioni per essere esposti a certi comportamenti, ma anche a quelli per reagire ad atteggiamenti discriminatori.
C'è da aggiungere che le prime tre città segnalate (Roma, Milano e Treviso) costituiscono da sole il 43% delle segnalazioni che sono giunte all'UNAR. Casi che invece sono molto meno frequenti al Sud. Il Nord raccoglie, infatti, complessivamente oltre il 55% delle segnalazioni, il Centro oltre il 34% e il restante 11% è da ascrivere al Sud e alle Isole.

Anche questo dato però ha due volti. Da una parte nel meridione non hanno ancora mai attecchito forme di organizzazione anche politica che avessero come predominante la matrice del rifiuto dei migranti. Contemporaneamente, una parte consistente della presenza di persone di origine straniera è impiegata nell'economia sommersa, spesso in condizioni di precarietà tali da non potersi permettere il lusso di denunciare comportamenti razzisti.

Fatti di cronaca recenti, contro rom e lavoratori in agricoltura, sono emersi solo quando hanno raggiunto livelli di gravità tali da richiedere immediatamente l'intervento delle forze dell'ordine. Va considerato poi il fatto che la presenza stabile di cittadini provenienti da paesi terzi è molto più stabile e concentrata nel Centro-Nord.

La regione italiana da cui parte la maggior parte delle segnalazioni è il Lazio, ma oltre il 95% giungono dalla capitale. Al secondo posto il Veneto e al terzo la Lombardia, ma in questi ultimi due casi le denunce sono diffuse in modo più omogeneo sul territorio.

Significativo come poi la percentuale più consistente delle segnalazioni rivelatesi fondate, riguarda forme di discriminazioni enunciate nei media, il 34,2%, e negli spazi di vita pubblica, il 20,4%.

In contesti come quello lavorativo, dove alcuni comportamenti potrebbero essere ascritti a ragioni di competizione, le denunce giunte e confermatesi veritiere sono solamente il 7,5% del totale, mentre nella scuola scende al 4,1%. Un dato che può essere ascritto facendo alcune ipotesi. Da una parte spazi definiti come quello scolastico e quello lavorativo in genere, alcuni comportamenti trovano spesso il modo di essere affrontati direttamente prima ancora di essere trasformati in denuncia e a volte producendo risultati positivi. Media e spazi pubblici invece denotano come la persistenza di pregiudizi di azioni discriminatorie, dovute non solo ad ignoranza ma anche e specifici intenti politicamente orientati, abbiano ancora un forte peso.




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