lunedì 6 gennaio 2014

I bambini del Congo e le famiglie adottive italiane

Famiglie adottive italiane in Congo
Ritorno sulla situazione in cui sono venute a trovarsi le 24 famiglie adottive italiane ancora bloccate in Congo (Repubblica Democratica del Congo) con i loro 32 bambini adottati.

Premesso che sulle adozioni internazionali non ho competenza, ma conosco quello che le famiglie che intraprendono la via di un'adozione internazionale devono passare, il denaro speso, il tempo da dedicare, le delusioni e le gioie. Però conosco anche i problemi dei bambini africani, quelli abbandonati, orfani, figli di guerre infinite, e poi i bambini soldato e i bambini sfruttati.

Capisco quindi l'amore e l'affetto che queste famiglie adottive hanno per i loro bimbi adottivi. Salvati da un'infanzia orribile, portati via dalla violenza e dalla disumanità.

Ma nonostante io sappia tutto questo dei bambini africani non ho mai voluto adottarne uno, ho preferito al contrario creare un luogo laggiù per poterli aiutare, dargli amore, mandare a scuola e dargli un'istruzione. È il nostro orfanotrofio di Benin City in Nigeria (Edo Orphanage Home). E come associazione abbiamo sempre cercato di promuovere le adozioni a distanza, perché è nostra convinzione che i bambini africani è preferibile che vengano cresciuti nella loro terra d'origine anche se sono orfani o sono bambini abbandonati.

In queste settimane, in questi giorni ho letto molti articoli sulle famiglie italiane bloccate in Congo, c'è anche tanta solidarietà, certamente. Ma anche molte imprecisioni. È quindi è bene sapere che:

  • Nelle culture africane è inconcepibile che un bambino venga affidato ad estranei, anche se orfano. Il concetto di famiglia è molto diverso da quello occidentale, la famiglia è concepita come tribù, clan o famiglia allargata. Nella cultura tradizionale animista esiste la poligamia che rafforza questo concetto di famiglia allargata. Per i tribunali africani è sempre difficile dichiarare l'adottabilità di un bambino orfano perché c'è sempre qualche parente, nonne, zie, cugini vicini o lontani disposti a prendersene cura. Dichiarare l'adottabilità di un piccolo senza il consenso dei parenti anche più lontani può creare dei malumori.
  • Le adozioni internazionali sono disciplinate dalla Convenzione dell'Aia, cui hanno aderito quasi tutti gli stati occidentali ma non quelli africani e mussulmani, proprio per le ragioni culturali sopra esposte. L'unico paese africano ad aver ratificato la convenzione è il Sudafrica.
  • Come tutti i paesi africani anche la Repubblica Democratica del Congo NON ha sottoscritto la Convenzione dell'Aia, né ha sottoscritto un trattato bilaterale con l'Italia in tema di adozioni. Le poche pratiche che pure si fanno in Congo dipendono da giudici locali, e comunque oggetto di forti contestazioni. Poi c'è sempre il rischio che all'ultimo spunti fuori un parente, e non è raro quando viene risaputo che questo o quel bambino è stato adottato. Parenti spuntati chissà da dove aizzati da avvocati avvoltoi che non appena vedono la pelle bianca, vedono anche soldi facili.
  • La Convenzione dell'Aia stabilisce due priorità fondamentali. La prima priorità è garantire l'interesse del bambino a rimanere nell'ambito familiare e culturale, la seconda è combattere lo sfruttamento e la tratta dei bambini. In questo contesto l'adozione internazionale è da considerarsi l'ultima spiaggia, infatti è la convenzione stessa a dichiarare nulla un'adozione se non si sono considerate tutte le altre possibili alternative.
  • La nostra Commissione per le Adozioni Internazionali ha il compito di certificare l'idoneità delle associazioni che offrono assistenza alle coppie desiderose di adottare un bambino straniero. Un'associazione che coinvolga una famiglia in uno stato che non ha aderito alla Convenzione dell'Aia (o che non abbia almeno sottoscritto un trattato bilaterale con l'Italia) compie un atto molto rischioso, per se stessa perché si espone a rischi legali, rischiosa per la famiglia perché è forte il rischio di una delusione finale, e per l'eventuale bambino il rischio è una inutile violenza psicologica.
Tutto ciò premesso risulta che le famiglie adottive italiane in Congo non sono trattenute dalle autorità governative locali ma sono rimaste laggiù solo per restare assieme ai loro bambini. L'adozione è stata bloccata chissà per quale cavillo, o semplicemente per "spillare" qualche migliaio di dollari in più. Famiglie inglesi e francesi che si erano trovate nella stessa situazione sono a casa regolarmente e con i loro bambini.

È ormai chiaro a tutti che sono state avviate pratiche per adozioni internazionali in un paese, il Congo, che non aderisce alla Convenzione dell'Aia e che con l'Italia non ha sottoscritto nessun trattato bilaterale.

Sono state avviate pratiche per adozioni internazionali con un paese in guerra da molti anni e instabile politicamente, e gli accadimenti dei giorni scorsi lo hanno ampiamente dimostrato.

Dire che avviare un'adozione internazionale proprio in Congo è stato un'azzardo è semplicemente affermare un eufemismo .. la parola giusta da dire è che avviare un'adozione internazionale in Congo è stata un'enorme STRONZATA.

Tutti noi speriamo che la vicenda di queste famiglie si risolva nel modo migliore, ma quello che è certo è che "qualcuno" ha sbagliato, per leggerezza, per sottovalutazione del rischio, o per altre situazioni (indicibili), ma questo non sta a me stabilirlo. E se da un lato l'intervento diretto del governo italiano potrebbe portare ad un risultato positivo, dall'altro il fatto che la vicenda sia ormai su tutti i giornali, parenti veri o presunti, avvocati d'assalto, funzionari e giudici corrotti tenteranno di ricavare "qualcosa" da tutto questo .. e chi paga ??

(Maris Davis)


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